Donne, disabili, persone Lgbt: la diversità è un valore e piace ai consumatori. A Milano il summit delle aziende

Le diversità in termini di orientamento sessuale, religione, etnia, età, genere, disabilità e stato socio-economico: l’80% degli italiani preferisce i marchi più inclusivi..

Gli italiani preferiscono i prodotti che valorizzano la diversità. E l’80 per cento dei consumatori infatti preferisce i marchi delle aziende più inclusive. Ovvero, quelle che sono attente alle diversità in termini di orientamento sessuale, religione, etnia, età, genere, disabilità e stato socio-economico. E’ il dato che emerge dalla ricerca realizzata per Diversity brand index, l’indicatore che misura la capacità dei marchi di essere percepiti come inclusivi dalla popolazione dei consumatori italiani, realizzata dall’associazione no profit Diversity, presieduta da Francesca Vecchioni. E’ la stessa che organizza il Diversity media awardsper premiare chi nel cinema, nel giornalismo (Repubblica tra i vincitori del 2017) e in tv si impegna per i diritti delle persone omosessuali. Ora si premiano i brand che parlano a tutti e raccontano di tutti.
 

Le aziende inclusive sono più apprezzate dai consumatori, attirano più talenti, migliorano le performance economiche. E per discutere di “best practice” a febbraio, alla Fondazione Feltrinelli  – con il patrocinio tra gli altri del Comune di Milano e della Commissione europea – si svolgerà il Diversity brand summit con la partecipazione di ospiti internazionali, opinion leader e imprenditori che analizzeranno l’impatto della diversity sulle scelte dei consumatori e sulle strategie delle aziende più inclusive in Italia e nel mondo.

Donne, disabili, persone Lgbt: la diversità è un valore e piace ai consumatori. A Milano il summit delle aziende 

Tornando alla ricerca, nell’ambito della Diversity & Inclusion (D&I), viene fuori che il 52 per cento degli intervistati ha dichiarato di preferire con convinzione i marchi inclusivi, mentre il 28 per cento preferisce i brand che investono sulla diversità. Emerge inoltre che quando un marchio viene riconosciuto come inclusivo, secondo oltre il 70 per cento degli intervistati, aumenta la propensione a sceglierlo come prodotto. Al contrario, le aziende che vengono percepite dai consumatori come meno inclusive vengono penalizzate. In questo caso il Net promoter score, un misuratore del passaparola, scende fino al meno 43 per cento. Con un numero dei detrattori più che triplo rispetto ai promotori. Se è vero che dalla ricerca emerge un diffuso interesse sul tema della diversità, è anche vero che questo interesse non sfocia, però, in un comportamento proattivo.

Donne, disabili, persone Lgbt: la diversità è un valore e piace ai consumatori. A Milano il summit delle aziende 

In sostanza, gli italiani ritengono di conoscere la diversità, ma nella realtà si interfacciano poco con esse. Lo dimostrano i numeri: se la popolazione italiana mostra un livello medio che si aggira sul 5,5, in una scala da 1 a 7, per quanto riguarda la familiarità con il concetto di diversità, in termine di contatto e interazione con esse i valori sono più bassi e in generale compresi tra 3,80 e 5,26. Le minoranze etniche e religiose sono quelle con cui si interagisce meno. Anche se gli italiani non interagiscono spesso con la diversità, vogliono che se ne parli. Per  Francesca Vecchioni “oggi più che mai il valore che ognuno di noi associa a un marchio fa la differenza” perché “come consumatori scegliamo chi più ci rappresenta e chi ci assomiglia”.

La ricerca divide i consumatori italiani in sei categorie. Gli impegnati che sono risultati il 24,6 per cento. I coinvolti (27,3 per cento). Gli idealisti (15,3). I consapevoli (13,01 per cento). Gli indifferenti

(8,3). Gli arrabbiati, che sono risultati solo 11,3. Questi ultimi sono i consumatori spiccatamente individualisti, che non mostrano interesse e coinvolgimento sulla diversità, ma che si confrontano frequetamente, per ragioni famigliari, professionali, sociali, con le “difficoltà” legate alla diversità, fasce di età estreme e status socio-economici meno elevati. Sono in prevalenza donne (51,6 per cento) con un età media di 47 anni.

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